Inserito da: terradiversilia | Agosto 23, 2009

Bargecchia

Poco oltre Corsanico, continuando per i pochi chilometri di una strada in leggera discesa, troviamo la frazione di Bargecchia, disposta sullo stesso crinale ma in una posizione meno pronunciata rispetto alla costa versiliese, allungandosi su un versante interno che finisce per guardare, oltre che alla costa marina, anche alla piana che ospita la valle di Stiava.

Bargecchia occupa quasi interamente il lato del colle che gli fa da culla: dalle ampie terrazze della parte dorsale fino alle primi pendici, punteggiate di case coloniche e recenti costruzioni, dove iniziando la salita – in un percorso che si svolgesse all’incontrario di questo attuale – saremmo quasi subito salutati, in un cordiale benvenuto, da un cartello stradale che oltre a salutarci in tre lingue, quella tedesca e quella inglese oltre alla nostra, ci ricorderebbe che Bargecchia è il paese “delle campane di Tosca”. Ma di questo titolo, di questa onorificenza, parleremo più avanti: cioè dell’amore di Puccini per quel suono di campane, tanto da trasportarlo in una famosa sua opera, Tosca appunto, nello scampanio che anticipa la fine del primo atto.

Ho voluto adesso evidenziare questo piccolo cartello segnaletico, simile a migliaia di altri sparsi nella nostra Italia, perché nel nostro comune di Massarosa esso mostra ed è segno di una cordialità, umana ma che sa anche farsi attenzione verso il fenomeno del turismo, che non si avverte, o che almeno fino a oggi non è stato avvertito in uguale misura, nelle altre frazioni, e che sembra qui affondare le sue radici in un più ampio sentimento di ospitalità, di condivisione del proprio avere, quasi in un senso di carità cristiana. Del resto non è san Martino, allora giovane ufficiale romano, che dalla sella del proprio cavallo divide con un colpo di spada il suo mantello per donarne metà a un viandante?

Il nome Bargecchia proviene dal prefisso germanico berg che significa monte, altura, confermando in questa accezione la presenza di popolazioni longobarde su queste colline. Alcuni vedono invece l’origine e formazione del toponimo nella presenza di popolazioni celto-liguri, peraltro in epoche precedenti l’invasione longobarda. A ogni modo il primo nucleo abitativo, identificabile come origine dell’attuale frazione, si costituisce intorno a un edificio qui eretto dai signori della vicina Montemagno nel XII secolo: un castello, o forse una domus signorile, che offriva riparo e difesa a quel primo nucleo sorto intorno alle sue mura, embrione della futura comunità.
Nel corso dei secoli successivi il numero degli abitanti segue un percorso altalenante, comune del resto agli altri paesi della zona. A un periodo di espansione demografica ne seguono altri caratterizzati da una sensibile riduzione della popolazione.
In un documento del 1431 leggiamo che la chiesa di San Martino è rimasta senza rettore perché è venuto a mancare il numero di fedeli necessari al suo sostentamento. Conseguenze queste dovute alle ricorrenti epidemie che attraversarono quei secoli, tra le quali i peggiori e più nefasti effetti si devono alla ‘peste nera’ del 1348, rimasta così impressa nella memoria popolare, come nelle prime pagine del Decamerone, di Giovanni Boccaccio:
«Della minuta gente, e forse in gran parte della mezzana, era il ragguardamento di molto maggior miseria pieno; per ciò che essi, il più o da speranza o da povertà ritenuti nelle lor case, nelle lor vicinanze standosi, a migliaia per giorno infermavano; e non essendo né serviti né atati d’alcuna cosa, quasi senza alcuna redenzione, tutti morivano. E assai n’erano che nella strada pubblica o di dì o di notte finivano, e molti, ancora che nelle case finissero, prima col puzzo de lor corpi corrotti che altramenti facevano a’ vicini sentire sé esser morti; e di questi e degli altri che per tutto morivano, tutto pieno.»

Nell’anno 1568, a seguito di una epidemia che nel 1528 aveva nuovamente colpito queste terre, e nella precaria situazione demografica ed economica che ne era seguita, alla circoscrizione di San Martino sarà unita, in perpetuo, quella di San Lorenzo di Conca, essendo una sola parrocchia divenuta più che sufficiente ad amministrare le due comunità. È nel Seicento che comincia poi una graduale, ma non regolare crescita della popolazione, a volte interrotta da pause, a volte da leggeri regressi nel numero degli abitanti.

Ma arrivando così ai giorni nostri al centro del paese, affacciata sulla piccola e rettangolare piazza, troveremo dunque la chiesa di San Martino, a navata unica con abside, che deve l’attuale assetto a una profonda ristrutturazione operata nell’anno 1842, e dedicata a san Martino, eletto vescovo di Tours nel 371. Di un precedente edificio, a pianta romanica e citato una prima volta nel XIII secolo, rimangono oggi poche testimonianze: il lato di ponente e i muri circondanti l’abside, visibili negli ambienti attualmente adibiti a canonica e sagrestia, oltre al pavimento situato due metri e mezzo al di sotto di quello attuale.

A fianco della chiesa, sul suo lato settentrionale, si apre un grazioso portico, ricostruito nel 1946 ed erede di un antico ampio loggiato, costruito nel 1488 e contiguo alla chiesa, nel quale erano soliti sostare pellegrini e viandanti qui venuti in occasione della festa di san Ginese – martire cristiano il cui culto si diffuse nel territorio dalla seconda metà del XV secolo – a chiedere intercessione per le proprie malattie e sofferenze. Di fronte alla chiesa, distante da questa una decina di metri, si alza l’armonioso e slanciato campanile, eretto tra il 1878 e il 1885 su progetto dell’architetto Eugenio Del Prete.
In pietra bianca domina dalla collina il paesaggio intorno, con la bella merlatura che non chiudendo le linee verticali in una piatta linea orizzontale, sembra prolungarne le forme, slanciandole al cielo. Al suo interno si trovano le quattro campane il cui suono, narra se non la leggenda almeno la voce popolare, tanto piaceva a Giacomo Puccini che qui spesso veniva ad ascoltarle. Scampate alla requisizione del 1943, a cui erano soggette, per motivi bellici, tutte quelle la cui fusione fosse posteriore al 1880, sono oggi origine e oggetto di alcune manifestazioni, tra le quali l’ultimo raduno nazionale dei campanari, tenuto a Bargecchia nel maggio 2005. Iniziative tese alla valorizzazione di questo strumento musicale, oggi quasi dovunque sostituito da più pratici altoparlanti, che certo non ne possiedono la festosa rotondità musicale. Campane che danno poi origine a una manifestazione, “Puccini, le campane e….”, che ogni anno, nella stagione estiva, propone una serie di spettacoli, prevalentemente musicali e teatrali, preceduti dal ‘doppio’ delle campane eseguito da campanari di Bargecchia.

Ma tornando all’interno della chiesa troveremo pregevoli dipinti il più famoso dei quali, importante documento nello studio della evoluzione del linguaggio pittorico rinascimentale in Lucchesia, è un polittico, proveniente dalla vicina chiesa di San Lorenzo di Conca, e consistente in due tavole cuspidate facenti in origine parte di un trittico che aveva al centro, molto probabilmente, una Madonna con Bambino. Dipinte a tempera, della misura complessiva di cm.150 x cm.130, mostrano su un pannello san Pellegrino, il bastone sulla spalla e il cappello con la conchiglia, simbolo dei viandanti, rivolto verso san Martino avvolto in un rosso manto che lo sta benedicendo.
Nell’altro pannello è raffigurato san Giovanni Evangelista che stringe nelle mani un libro, il dito sinistro teso ad indicare “Ciò” che formava il mancante pannello centrale. Al suo fianco san Antonio Abate ricoperto da una scura tunica, la bianca barba fluente, sembra quasi sostenersi al bastone stretto nella mano sinistra. L’opera attribuita ad un Maestro dei Santi Sgraziati di Bargecchia è databile tra il 1455 e il 1460.
Sempre proveniente dalla chiesa di San Lorenzo di Conca un trittico trecentesco, raffigurante Sisto papa benedicente tra san Lorenzo martire e santa Margherita martire. Il dipinto, una tempera su tavola, è databile al XIV secolo e attribuito alla scuola toscana. Inoltre una Madonna in trono con Bambino opera recentemente attribuita a Simone Carretta, pittore operante a Camaiore e in Lucchesia nel secolo XVI, ed una più recente pittura a olio, Madonna con Bambino e Santi, del pittore fiorentino Gaspare Mannucci e databile alla prima metà del XVII secolo.

Ma fra queste più importanti opere, e altre presenti all’interno della chiesa, incastonata al centro di una più ampia tela a olio del 1875, opera di Michele Marcucci, c’è una piccola tela di uno sconosciuto autore. Una Madonna delle Grazie velata di una ineffabile grazia raffaellesca e ugualmente percorsa da una assorta profondità psicologica. Opera davanti alla quale a volte ci si sente come davanti a uno specchio, a contemplare i nostri stati d’animo, piuttosto che ad afferrare quelli del soggetto dipinto, tanto sono sfuggenti, e mutevoli, nelle diverse luci della navata, sì da riflettere più quelli dello spettatore che non ad affermare i propri.
Di rilievo anche un tabernacolo a muro del 1495, in marmo bianco finemente scolpito e già attribuito a Lorenzo Stagi, che viene oggi quasi universalmente riconosciuto ad Antonio da Massacrausi. Al pietrasantino Lorenzo Stagi, o alla sua bottega, è invece certa l’attribuzione del fonte battesimale: una vasca con cornici a rosette e grossi ovoli in marmo bianco, del XVIsecolo, su mensola sempre in marmo, decorata da due volute e cherubino centrale.

Lasciata la chiesa di San Martino, e l’accogliente piazzola sulla quale si affaccia, invece di riprendere e continuare la strada comunale, che ci porterebbe dopo pochi chilometri di discesa alla frazione di Piano di Conca, prenderemo ancora verso l’interno del territorio di Bargecchia. Tra i suoi oliveti terrazzati e angoli di verde prato, lungo strade che ora per un attimo si fanno anguste e strette, ora all’improvviso s’aprono a slarghi di cielo e di verde, ingioiellati dallo squillare dell’oro di una pianta di limoni. Fino all’antico borgo agrario del Colle, incontrando edifici recenti, impregnati di sole, e più antiche costruzioni, come villa Del Prete-Ravera o villa Barbieri, circondate di casali e case coloniche. Via del Colle, poi via delle Pielle, che corre proprio lungo il crinale dove il nostro comune s’incontra a quello di Camaiore, fino a trovarci davanti a una angusta strada sterrata, la Panoramica, che attraverso boschi di pino e castagni ci porterà in località monte Pitoro.

Inserito da: terradiversilia | Marzo 7, 2009

Piano del Quercione

 

Partendo dall’abitato di Stiava alla volta di Piano del Quercione troveremo, pressappoco a metà del nostro breve percorso, la località di Montramito, il cui nucleo storico, tralasciando i vari edifici commerciali e industriali che stanno sorgendo nella direzione di Viareggio, è fatto di poche costruzioni, che si stendono su di uno stesso lato della strada , una a fianco dell’altra, e ora quasi tutte adibite ad attività commerciali.

Erano, fin quasi alla metà del XX secolo, dipendenze di un ampio edificio che si alza poco più in alto di quelle, su di un ripiano che costituisce la parte finale di un lungo crinale che da monte Pitoro, poi degradando, arriva fino a qui: villa Bresciani ne è il nome, mutuato da quello degli attuali proprietari. Così ne parla Leone Bigongiari, nella sua Stiava nel xix secolo

«Nel palazzo di questa villa è una sala delle più vaste e bene aerate fra quelle antiche fattorie Lucchesi la quale al tempo che fu dei Donati [precedenti ai Bresciani] risonò delle eleganti estemporanee della poetessa Teresa Bandettini [Lucca, 1763-1837], la nota tra gli arcadi, Amarilli Etrusca.».

L’edificio si alza dov’era il castello di Montramito, anticamente sorto in posizione strategica per il controllo della costa versiliese, e più volte oggetto e luogo di contesa e scontri tra i governi lucchesi e pisani. Scontri che ebbero il proprio culmine nel 1372 quando il castello fu distrutto per la terza e definitiva volta.

 

Il nome sembra derivare dal latino: mons intrans, poi Montravante e quindi Montramito, ma anche può essere da mons tramitis, monte del sentiero, del passo. Qui era, lungo la via regia postale di Genova, nel suo percorso da Pisa a Lucca per poi continuare verso Massa e infine Genova – via poi in parte divenuta Sarzanese-Valdera – una stazione per il cambio dei cavalli la cui presenza aveva favorito l’apertura di uno dei primi – tale ancora era all’inizio del XIX secolo – negozi della zona: uno spaccio di commestibili frequentato, oltre che dalla popolazione della zona, dai vetturini e dai passeggeri di transito. A ricordo di questa stazione di sosta è il nome dato al ponte che, sempre a Montramito, travalica la Gora di Stiava: ponte dei Cavalli, appunto, toponimo sorto a memoria di quei cavalli che, come i vetturini nel vicino spaccio, nelle acque di questo canale andavano a ristorarsi.

 

«Punta estrema di un poggio che più degli altri si avanza verso il littorale» definisce il luogo il Repetti, se transitando in qualunque senso davanti a quello si finisce sempre per girargli intorno in un ampio semicerchio, tanto questo si sporge dalla linea delle colline che guardano verso il mare versiliese.

 

Nel XIII secolo il luogo accoglieva una chiesa, ecclesia s. Petri de Montravanti, appartenente al piviere, o alla giurisdizione ecclesiastica di Pieve a Elici, la cui parrocchia fu successivamente unita a quella di Stiava. La presenza di questa chiesa documentava una certa vitalità, perlomeno demografica, del borgo che poteva aver svolto, e ancora all’epoca svolgere, anche la funzione ecclesiale per le poche anime che abitavano un modesto nucleo di abitazioni, che ora possiamo dire di Viareggio, costituitosi e stretto intorno a una torre di avvistamento e difesa, un castrum de via Regia, alzata dal governo comunale lucchese nel 1172 a tutela di quella sua marina; più o meno nei luoghi dove ora si alza l’oleificio Salov, cioè, per chi non conosce Viareggio, un punto abbastanza distante dall’attuale confine della spiaggia.

Non è mai menzionata infatti una chiesa parrocchiale per questo primo castelletto di Viareggio, a causa delle sue ridottissime dimensioni.

 L’attuale torre Matilde, l’edificio più antico della cittadina versiliese, venne a sostituire questa precedente in una posizione più a ridosso della spiaggia, nel frattempo spostatasi in avanti a causa di un progressivo e continuo accumulo di detriti fluviali qui depositati da diversi corsi d’acqua che sboccano nelle circostanti acque marine.

La costruzione della torre Matilde fu terminata nel 1534, per volere della Repubblica di Lucca che sempre ha difeso la propria presenza e giurisdizione su questo porto, l’unico, a partire da un certo momento della sua storia, che poteva permettergli uno sbocco al mare e quindi ai suoi commerci e ai suoi interessi.

 

Ma, per tornare ai nostri tempi, prima di terminare quell’ampia curva che gira tutt’intorno all’ abitato di Montramito, proseguendo poi verso Piano del Quercione, noteremo sulla destra un piccolo lago, uno specchio d’acqua oggetto di leggende, quando nei tempi passati si narrava che fosse apparso all’improvviso, là dove prima c’era un convento tra quelle acque sprofondato, e di cui ancora, in certi momenti, “se ne potevano scorgere le mura a tratti visibili sul fondo”.

 

Lasciata dunque Montramito al suo passato e alle sue leggende, proseguiamo per Piano del Quercione dove arriviamo dopo pochi chilometri. Frazione di recente costituzione se ancora nel Medioevo, nello stesso punto dove ora sorgono gran parte delle sue case, attraccavano barche – come indica il nome della vicina località di Portovecchio – che attraversavano il lago di Massaciuccoli, col tempo ritiratosi alle più modeste dimensioni degli attuali confini, col suo strascico di stagni canali e paludi a ricordarne l’antica imponenza.

 

La storia di Piano del Quercione è in gran parte conservata nelle sue colline, rintracciabile seguendo un ampio sentiero, in parte sterrato, e chiamato Via degli Olivi, che attraverso quelle sale fino all’insediamento di Camporomano, ripercorrendo il tracciato di quella via Emilia che attraversava queste terre per poi scendere fino a Stiava, continuando il suo percorso, come abbiamo visto, fino all’antica Luni.

Anche su questa strada, e nell’intera zona intorno Camporomano, si ricordano rinvenimenti di monete e altri oggetti di epoca romana: spie che ne testimoniano un rilievo e una frequentazione storica non ancora sufficientemente indagata, che potrebbe aprire nuove pagine del passato di queste terre, a volte mute, forse gelose, dei loro profondi tesori.

 

Ma giunti a Camporomano è un’altra storia che incontriamo, distante da quella romana e a noi più vicina, passeggiando davanti a due ville, una del xvi e l’altra del XVIII secolo, che fanno parte di una stessa tenuta, quella dei Martellini, e qui anticamente costruite. Una vicina, e in successione d’uso, all’altra; costruite come residenza di campagna che potesse anche svolgere funzioni di amministrazione della circostante tenuta, come tante ville storiche del territorio comunale strutturate in un sistema insediativo di ville-fattoria.

 

Nel verde ampio prato sul quale entrambe s’affacciano, accarezzato e rinfrescato dai venti di mare quando nella stagione estiva sul suo verde manto si svolgono spettacoli teatrali e musicali, tra i quali una interessantissima rassegna di musica etnica: “Non solo jazz”

 Spostandoci poi di poco ci ritroveremo in un’altra villa storica di questo territorio: La Colombara. Un balcone sul mare, la descrive Aquilio Lugnani, che alle ville del comune di Massarosa ha dedicato un ricco ed esauriente volume: Le Ville di Massarosa.

Di una di queste dimore, in Piano del Quercione, indirettamente ci parla l’erudito pittore tedesco Georg Christof Martini (1685-1745) nel suo Viaggio in Toscana, scritto nella prima metà del XVIII secolo, quando descrive una pianta di olivo, vista nelle proprietà agricole «del signor Filippo Bottini», in quel periodo qui proprietario di alcune tenute, sormontata da tredici persone che battevano le olive con delle pertiche. Pianta ancora oggi esistente: un olivo millenario, il cui impianto risale al periodo romano, situato in una zona detta Marcaccio, non distante dalla via Sarzanese.

 

Perché quasi tutto qui a Piano del Quercione ci riporta alla coltivazione dell’olivo e alla sua storia. Fino a farne oggi forma ed espressione artistica attraverso un concorso fotografico “L’olivo e il suo ambiente”, promosso da un circolo fotografico, costituitosi all’interno della locale sezione della Misericordia, che da una prima edizione nel 1984 è ora divenuta manifestazione di rilievo nazionale, organizzata sotto il patrocinio della fiaf, la Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.

 Albero della civiltà, com’è stato definito, la cui presenza subito definisce i confini dell’area mediterranea. Importato dalla Grecia – è infatti greca l’origine del nome – viene all’inizio coltivato in Sicilia, anche se il suo uso come alimento è incerto, a differenza di quanto avveniva per altri usi non alimentari, quali quello per l’illuminazione e l’abbellimento del corpo.

Successivamente la sua produzione si espande in altre regioni italiane, tra le quali l’Etruria, dove la produzione dell’olio è documentata dal vi secolo a.C., diffondendosi attraverso un lento ma costante ampliamento delle zone destinate alla sua coltura.

 

Nelle colline versiliesi la sua coltivazione e commercializzazione è documentata da diversi contratti agrari, stipulati già nell’alto Medioevo, quando insieme a quella della vite rappresentava una delle principali produzioni agricole.

In anticipo dunque su quella che sarà la più generalizzata e futura espansione, avviata nella prima metà dell’Ottocento, così come la vediamo oggi caratterizzare i paesaggi di tante regioni italiane, con la dolcezza e armonia che questa pianta sa trasmettere.

 

Piano del Quercione è oggi una vivace e accogliente frazione, cresciuta intorno alla chiesa della Madonna del Buon Consiglio, la più moderna tra le architetture religiose del comune, e lungo la via Sarzanese sulla quale s’appara come una lunga vetrina dei tanti negozi.

Oltre questa, s’apre la bonifica, interrotta da alcuni edifici industriali e artigianali e radi nuclei residenziali, fino alle soglie del territorio lacustre.

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