Posted by: terradiversilia | Marzo 2, 2008

Piano di Mommio

 Se il nostro viaggio attraverso le colline del comune di Massarosa cominciava da Mommio Castello, questo attraverso la sua pianura, che è una striscia di terra larga pochi chilometri e stretta tra le colline e la spiaggia versiliese a cui parallela corre, da nord-ovest a sud-est, non poteva che cominciare da qui, proprio sotto quel borgo di Mommio Castello che ora vediamo lassù in alto, a circa duecento metri, quasi nell’aria sospeso, come a riaffermare i suoi antichi diritti su queste terre. Da Piano di Mommio dunque, la prima frazione che si incontra entrando nel nostro comune da nord-ovest, venendo cioè dalle parti di Camaiore, percorrendo quella via Sarzanese-Valdera ai cui lati s’aprono, una dietro l’altra, quasi tutte le frazioni che ora andremo a visitare, e che poi continua oltre i confini massarosesi per quelli del comune di Lucca.Ma per cominciare questo viaggio andremo lontani lontani nel tempo e in un altro luogo, diverso da Piano di Mommio. In una sala del museo Alberto Carlo Blanc, in palazzo Paolina a Viareggio, davanti a un’urna in vetro dove ora giacciono i resti di quelli che furono due esseri umani: un uomo e una donna qui ricomposti com’erano nell’originaria sepoltura, avvenuta nell’età del rame, quando già si praticava il culto dei defunti in luoghi a essi riservati, accompagnandolo da un corredo funerario: vasetti in ceramica, oppure oggetti in osso e pietra e altri ornamenti a volte in rame.Con i loro crani posati nella sabbia e disposti all’incontrario, i volti girati verso il suolo, l’uno accanto all’altro, nell’identica posizione in cui apparvero in una cavernetta sepolcrale posta a circa centro metri sul livello del mare, nella Buca delle Fate Nord, tra le colline di Piano di Mommio, dove giacevano in una rientranza della grotta, accanto a un vaso e ad altre ossa umane, secondo una deposizione e un rituale così lontano nel tempo e difficile oggi da comprendere e spiegare.

 

Perché è qui a Piano di Mommio, in una località chiamata Fondineto, che sono apparse queste importanti testimonianze del nostro primitivo passato, durante scavi effettuati a partire dagli anni sessanta a cura dell’Istituto di antropologia e paleontologia dell’università di Pisa e del Gruppo di ricerche preistoriche e archeologiche Alberto Carlo Blanc di Viareggio.

In grotticelle ricche di reperti e pietre lavorate risalenti a diverse età della preistoria, i cui nomi compaiono in qualsiasi manuale o testo di paleoetnologia: la Buca delle Fate Sud e la Grotta del Capriolo, situate a 85 metri sul livello del mare, dove sono state ritrovate schegge e punte, più o meno affilate e riferibili al Paleolitico medio, e la Buca della Iena con i suoi manufatti litici, nuclei, schegge, anche queste ascrivibili allo stesso periodo: il più antico nella storia dell’evoluzione umana.

Misterioso viaggio che continua, ora attraverso altri luoghi del nostro comune, prima di approdare alla fine di questo, come un’antica imbarcazione, al porto di Massaciuccoli, testimonianza dell’età romana da dove comincia una storia a noi più vicina e simile, diversa da questa che si perde nel tempo e nelle origini della nostra specie.

I primi nuclei umani di cui il nostro territorio conserva traccia risalgono al Paleolitico medio, periodo durante il quale si diffonde in tutta la penisola l’uomo di Neandertal. Nelle nostre zone questi nostri progenitori dovevano avere la loro dimora nella pianura costiera, tra boschi e acquitrini, spostandosi poi nelle grotte più a monte in determinati e particolari periodi stagionali, per motivi legati alla caccia degli animali, quali la fabbricazione di strumenti e arnesi per praticarla, o usando parti di questi anfratti come deposito dei mammiferi cacciati.
 
La fabbricazione di questi oggetti caratterizza anche il Paleolitico superiore, quando all’uomo di Neandertal succede una nuova forma umana assai simile all’uomo moderno.

Di testimonianze umane riconducibili a questo periodo abbiamo notizia dal rinvenimento di reperti trovati, oltre nelle già citate grotte, anche in un’altra zona del comune di Massarosa, intorno al lago di Massaciuccoli, da cui regolarmente le idrovore ci hanno restituito qualcosa di quei tempi: punte, pietre lavorate, ossa, resti di ceramiche, fino a una piccola scultura, ricavata da un ciottolo di steatite, che accenna una figura femminile.

Nel Neolitico, il cui inizio è indicato circa 10.000 anni fa e in cui si affina l’uso della levigatura degli strumenti litici, cominciano a essere praticate forme di agricoltura e di domesticazione degli animali, segno di un passaggio da un’economia centrata sulla caccia a una nella quale sono già presenti forme di scambio, e quindi commerciali, di oggetti e materie prime.

Di questo periodo rimangono alcuni oggetti in ceramica rinvenuti nella Grotta all’Onda e nell’insediamento di Candalla, presso Camaiore, oltre ad altri provenienti dalle cave di sabbia di Massaciuccoli.

Della successiva età dei metalli già abbiamo trattato illustrando gli importanti reperti venuti alla luce nelle grotticelle intorno Piano di Mommio, quali le due sepolture ora ricomposte e conservate nell’urna in vetro presso il museo Blanc di Viareggio. A questi si aggiungono materiali, in ceramica e metallo, provenienti in gran parte da alcuni siti, localizzati sempre a Candalla vicino Camaiore, alcuni dei quali fungevano da veri e propri magazzini di oggetti in bronzo.

La successiva frequentazione della nostra zona, in tempi a noi più vicini, che già lasciano l’ambito della preistoria per affacciarsi alla storia, è in gran parte documentata da un insediamento etrusco localizzato nella zona di San Rocchino e rinvenuto tra il 1969 e il 1970.

Sorto su quella che al tempo doveva essere una laguna costiera costituiva, nell’insieme delle sue componenti, un centro con funzioni commerciali formato da un nucleo di capanne realizzate con materiali deperibili e pavimenti di argilla, all’interno del quale è stato rinvenuto un pozzo in terracotta.

L’area era delimitata e protetta da una doppia palizzata e bonificata con un riempimento di legname e fascine. Il centro, molto probabilmente, serviva da luogo di smistamento verso le zone interne di prodotti ceramici etruschi, o di importazione dalla Grecia e dal vicino Lazio, che qui arrivavano via mare.

I resti del villaggio, così come sono stati ritrovati, presentano segni di combustione forse dovuta a una battaglia o uno scontro avvenuto durante la guerra tra romani e liguri che in quel periodo divampava per il controllo del territorio. Incendio che è ritenuto essere tra le principali cause del definitivo abbandono, collocabile verso la metà del iii secolo a.C.

Di questi ultimi reperti una parte è esposta nel museo nazionale di villa Guinigi a Lucca e un’altra nel museo preistorico e archeologico Alberto Carlo Blanc di Viareggio.

Oltre a questo insediamento costiero, oggi ben compreso nella sua struttura ed evoluzione storica, sono stati recentemente individuati alcuni oggetti e materiali di uno stanziamento d’altura, un abitato in località Castellaccio presso Massarosa, riferibile al IX-III secolo a.C. sul quale si sono poi innestate, in età successive, alcune fortificazioni.

Così affiorando ora da questo scorrere di tempi ed epoche, e tornando proprio davanti a quelle grotte prima descritte, cerchiamo di immaginare cosa mai avranno visto e guardato, uscendo da quegli anfratti, i nostri lontani predecessori.

Quali segni di un pericolo o di una preda avranno cercato nella fitta boscaglia. Quale mattino o tramonto si sarà fermato nei loro occhi, e tra quali sensazioni e attese il giorno e la notte venivano e trascorrevano.

Ora, sul lato di una collina di fronte a noi, tra i rami degli alberi che fitti intorno crescono, si alza l’ampia sagoma di villa Orsucci, ocra incorniciato di verde, qui costruita nel xviii secolo.

Riprendiamo il breve sentiero di ritorno, a tratti scosceso a tratti interrotto dall’esuberante vegetazione, fino alla strada da cui siamo venuti: una ripida erta che conduce, continuandola per alcune centinaia di metri, in prossimità di Mommio Castello, a cui poi lo collega un sentiero, a gradinate di cemento che salgono fino alle prime case del borgo.

Il posto – se nell’antica preistoria fosse stato scelto perché facilmente occultabile e di difficile individuazione – devo dire che nel tempo avrebbe vista rispettata questa sua vocazione alla riservatezza, se a tutt’oggi manca di qualsiasi indicazione che possa condurci qui, tant’è che sono riuscito a individuarlo grazie all’aiuto e alle indicazioni di abitanti del luogo.

Più sotto, oltre la cascata di olivi interrotta da qualche ampio appezzamento di terreno, usato per altre colture, oltre le macchie dei casolari e di alcune ville che tra quelli sorgono, si stende Piano di Mommio, fatta di alcuni edifici plurifamiliari, di case e villette poste le une accanto alle altre, circondate di giardini o di piccoli orti coltivati. Tra piazzali e capannoni usati per attività lavorative, attraversati ora dall’abbaiare di qualche cane al quale questa mia visita deve sembrare un’intrusione nella sua pace.

E sinceramente, pur con tutti gli squilibri urbanistici che tale germinazione di stili ed aree a sé lasciate possano generare, preferisco questi impasti di vita ai monotoni quartieri fatti di case tutte uguali, allo stesso modo e colore. Che se agevolano una qualche raccolta dei rifiuti o una più razionale distribuzione dell’illuminazione pubblica, sembrano voler conformare il modo di vivere anche oltre le pareti delle abitazioni, togliendo all’animo umano una delle sue più stimolanti possibilità: quella della conoscenza e partecipazione all’altro, al diverso; sia esso un pensiero politico e sociale, una maniera di vivere, ma anche un modo di tenere, coltivato o no, il proprio giardino.

Sempre qui, tra queste zone, c’era un modesto scalo fluviale dal quale, navigando la fossa dell’Abate, si giungeva fino al mare. Non lontano il medievale ospedale di Santa Maria ad Martyres, hospitale peregrinorum, poi trasformatosi nel tempo in un ospizio per i poveri e gli anziani.

Ci saluta, poco prima di lasciare il paese, la chiesa, intitolata al Sacro Cuore di Gesù, e sorta nel 1946 per volere di don Leonardo Angelini, primo parroco di questa popolosa comunità, assurta a frazione nel corso del Novecento. Il complesso parrocchiale è costituito anche di una sala polivalente di recente acquisizione, che costruita proprio a fianco della chiesa, svolge anche una funzione di ritrovo e incontro sociale, disponibile e aperta alle altre comunità della zona. Chiesa che si alza proprio a fianco di quella via Sarzanese che divide il paese in due parti.

Della parte nord-est già abbiamo detto mentre la parte rimanente, sull’altro lato della Sarzanese, pianeggiante e più bassa e morfologicamente più omogenea, arriva a scomporsi in diverse aree agricole costituite da proprietà fondiarie all’interno delle quali si alzano vecchi casali, ora circondati da alberi da frutta, a volte serre o campi coltivati. Ma anche pregevoli case residenziali che un ampio giardino quasi sempre incornicia e culla.

 

Da Massarosa terra di Versilia, edizioni Caleidoscopio. Testo di Arturo Lini. Vietata ogni riproduzione salvo diversi accordi.

 

Posted by: terradiversilia | Gennaio 30, 2008

Stiava

Per arrivare a Stiava, adagiata sul fondo di una conca con le pareti ricoperte di oliveti e boschi, giungendo dalla parte del mare, l’unica dove le colline si ritirano lasciando un varco aperto ai venti e agli spifferi marini, ci sono due strade: una che viene dritta da Montramito – la principale perché collega il paese a Viareggio e Massarosa – e l’altra che passa da Piano di Conca, meno frequentata e chiamata via Emilia Nord, che riprende lo stesso percorso, o almeno uno dei suoi più probabili, dell’antica Aemilia Scauri.

Prenderò quest’ultima non solo perché da Piano di Conca è la via più breve ma soprattutto perché questo percorso mi evita di vedere e passare sotto due imponenti piloni autostradali, subito dopo Montramito collocati ai lati della strada che conduce a Stiava, a mo’ di giogo o forche caudine.

Sono stati qui posti, tra gli altri che scandiscono il paesaggio tutt’intorno, a sostegno della carreggiata della bretella autostradale A11-A12, tratto nato per abbreviare il percorso tra Lucca e Viareggio, città peraltro già collegate da un quasi parallelo percorso autostradale.

 

Si tratta di una impalcatura di cemento che corre sopra e tra le nostre colline, imbastita senza alcun rispetto di queste nel totale disinteresse per l’ambiente che andava a occupare, e per il tracciato scelto e per i modi di costruzione, e della cui utilità, visti i costi in termini ambientali, ciascuno può tirare le proprie particolari conclusioni.

Imboccata dunque la strada da Piano di Conca dopo pochissimi chilometri entreremo nel paese di Stiava, dopo aver superato un ponte, chiamato Ponte Romano, e un vecchio frantoio posto a lato della via. Percorse poche centinaia di metri troveremo la chiesa di Santa Maria, edificio di cui si ha già notizia nell’anno 1162, quando la sua conduzione fu affidata da papa Alessandro III alla chiesa e al monastero di Quiesa. Altre notizie ci dicono che passa poi sotto il piviere di S. Pantaleone a Elici. Successivamente, nell’anno 1359, è unita a San Martino di Bargecchia e nel 1363 a San Lorenzo di Conca, segno questo di una progressiva riduzione del numero di fedeli dovuta principalmente alla peste nera del 1348, ricordata anche da Boccaccio nel suo Decamerone, che a Stiava sembra avere avuto effetti particolarmente devastanti se solo poche famiglie riuscirono a sopravvivere, nel già apocalittico quadro dei suoi effetti sulla società dell’epoca.
Per questo basta ricordare che la città di Firenze tornerà a contare i suoi 100.000 abitanti del 1347 solo nel 1841, e che mediamente ogni luogo, o comunità da quella toccato, fu decimato dal 30 all’80 per cento dei suoi abitanti.

 

Dopo tale data dell’allora piccola chiesa si perdono le tracce. Si ha notizia di un ampliamento operato nel 1700, poi la ritroviamo, più avanti negli anni, nelle pagine di un breve ma prezioso volumetto Stiava nel XIX secolo, scitto da Leone Bigongiari, che fu anche prefetto di Lucca, ed edito nel 1907.

«La Chiesa del luogo dedicata a Santa Maria Assunta, sorgeva angusta sul piazzale tuttora esistente. Tra la facciata della Chiesa e il campanile si apriva una straducola che metteva nel luogo detto ”sotto la Chiesa” e di là framezzo ai campi si perdeva lungo la gora nel piano di Bargecchia, congiungendosi prima colla via Emilia. Sul piazzale, una loggetta coperta per tutta la lunghezza della Chiesa, ristretta coll’andar del tempo per adibirne una parte all’uso di sagrestia, resasi impraticabile la così detta poi Sagrestia vecchia, e finita anche questa loggetta per isparire del tutto nell’ingrandimento della Chiesa avvenuto ora alla fine del secolo scorso. Nel 1812 pel prolungamento della Chiesa dalla parte della facciata, il campanile si trovò aderente a quella e la via che vi passava di mezzo fu girata dalla parte di levante attorno a questa mole»

 

Chiesa che vede la sua attuale forma derivare dalla completa ristrutturazione eseguita negli ultimi anni del XIX secolo, a cui accenna il Bigongiari, con l’ampliamento delle due navate laterali: una sorta dov’era quella loggetta ora menzionata, e l’altra su parte del vecchio camposanto, situato sul fianco destro della chiesa fino all’anno 1880 quando si cominciò la costruzione dell’attuale cimitero. Infine negli anni venti una successiva opera di restauro, conseguente a una forte scossa di terremoto – come ci racconta Mario Tommasi nel suo La mia Stiava di ieri – avvenuta nel 1920 ci consegna la chiesa dei nostri giorni.

 

Il campanile, la cui attuale forma risale al 1847-1848, su disegno dell’architetto Gemignani di Viareggio, è posto di fianco all’ingresso principale, e sorge sulla base di un’antica torre circolare che oltre ai normali compiti di avvistamento e segnalazione, che gli erano propri durante il Medioevo, può essere stata punto di approdo per le imbarcazioni che solcavano un antico piccolo lago, di origine marina, che collegava il paese, attraverso il canale di Stiavola, l’attuale Gora di Stiava, al porto di Viareggio e quindi ai commerci e ai traffici del mare aperto.

All’interno della chiesa, alla nostra sinistra dopo l’ingresso, troveremo un antico e pregiato tabernacolo a muro del xv secolo in marmo bianco, opera della bottega dei Riccomanni di Pietrasanta, mentre alla destra addossata alla parete un’acquasantiera del XVII secolo. Il fonte battesimale, in marmo bianco a forma ottagonale, fu concesso nel 1823 da mons. Filippo Sardi, che allora guidava la diocesi di Lucca, la cui famiglia era all’epoca proprietaria di quei fondi e beni immobili, situati nel paese di Stiava, poi divenuti proprietà dei Borbone di Parma.

 

Sopra l’ingresso principale, al centro della cantoria sostenuta da due colonne di marmo, posa l’organo ai cui lati, dipinte sulla parete di fondo, sono visibili due coppie di angeli, opera del pittore Virginio Bianchi (Massarosa 1899-1970), anche se l’originale pittura, eseguita negli anni venti, fu quasi subito modificata da un’anonima aggiunta di fluenti chiome che scendono ora dalla testa degli angeli là dove il pittore, seguendo il proprio gusto e non la relativa iconografia dell’epoca, aveva disegnato una semplice frangetta che ricadeva sulla fronte. Minacciata dal tempo, l’opera è stata successivamente ripresa durante lavori di restauro alle pitture e decorazioni interne. Lavori condotti durante gli anni cinquanta del secolo scorso da Mario Polloni, di Stiava, aiutato dal figlio Carlo Alberto e da Ernesto Altemura, che ci consegnano l’edificio nel suo attuale assetto.

 

Usciti dalla chiesa prenderemo verso villa Buonvisi, ora proprietà Toscano, la cui imponente sagoma è ben visibile anche da qui, posta in leggero rialzo rispetto alla chiesa, sulle prime terrazze dei colli che corrono tutt’intorno al paese. Costruita nel xvii secolo è meglio conosciuta come palazzo Borbone, ma anche il Palazzo, per essere stata dimora di Carlo II Ludovico di Borbone, Duca di Lucca fino al 1847, e di suo figlio Carlo III Ferdinando, poi Duca di Parma dal 1848 al 1854.

È introdotta e preceduta da una pregevole opera dell’architetto lucchese Lorenzo Nottolini (1787-1851): un pozzo con parapetto ottagonale decorato con un rosone di stile romanico posto al centro di ciascun lato. Purtroppo dispiace vedere questa candida forma di marmo a se stessa abbandonata, nell’incuria del prato e del luogo dove sorge.

 

La parte più antica del paese nasce proprio nel perimetro compreso tra la chiesa e questo palazzo, nei cui paraggi sono state rinvenute, durante alcuni scavi, monete di epoca romana. Formavano poi l’antico abitato altri edifici di origine principalmente rurale: isolate cascine e altri insediamenti fatti di poche case strette intorno a un’aia comune che costituivano ristretti e isolati borghi, ognuno con una propria denominazione: ai Franzoni, ai Chelini, al Cosci, a Tassi, a Romito ecc ecc

Nel corso del tempo il paese si sviluppava poi nei terreni compresi tra queste primitive unità, allungandosi quindi verso il lato occidentale aperto al mare; fino alle ultime zone strappate al lago che si ritirava e la cui presenza è ora rimasta nei nomi dei luoghi: il Paduletto, il Capannaccio, oltre i quali oggi cominciano i terreni agricoli in gran parte usati nelle coltivazioni e vivai a serra.

 

«Contrada sparsa di case signorili – la descrive Emanuele Repetti agli inizi del XIX secolo – situata sulle pendici di colli coperti di ricche e ben intese coltivazioni di olivi, di vigneti e di vaghi resedii resi quanto mai deliziosi dalla posizione e dolcezza del clima»

Di Stiava (Sclava) si parla una prima volta in un istrumento del 29 Novembre 994 conservato all’archivio arcivescovile di Lucca, e torna successivamente a essere menzionata nelle cronache del tempo «quando l’imperatore Federigo I verso il 1132 ordinò ai governatori di Lucca di demolire una rocca qui costruita per tenere in dovere i nobili del contado»

 

Dove fosse costruita questa rocca al momento non ci è dato sapere. Alcuni la individuano nella base dell’attuale campanile, circolare e in pietra, poi usata, come visto, per altri motivi. C’è una località nel paese, posta proprio a ridosso della strada che da Montramito conduce a Stiava, luogo ideale quindi per il controllo dei traffici di uomini e merci, chiamata Castelvecchio, ma le indicazioni sono tutte lì: in questo nome che accenna a un antico maniero.

 

Il nome di Stiava sembra derivare dal tardo latino sclavus,  poi mutato in slavus, termine inizialmente usato dai romani per designare gli slavi prigionieri di guerra, provenienti dalla Slavia o Sclavia o Sclavonia, e poi andato nel corso dei tempi a designare più generalmente tutti gli schiavi. Da cui si deduce la presenza di una colonia penale, fatta di capanne per gli schiavi (tuguria sclava) a guardia e riparo di forzati qui condotti a svolgere particolari lavori nel territorio, oppure di un insediamento di una comunità slava qui rifugiatasi.

Intorno al paese, circondato di oliveti e boschi, si aprono numerosi sentieri e percorsi che lo collegano alle frazioni disposte sulle colline intorno, attraverso paesaggi e scenari incantevoli. Di uno di questi, conosciuto come Via degli Olivi, e che conduce a Piano del Quercione passando per alcuni tratti sopra un antico acciottolato romano parlerò tra poco.
Di un altro che collega palazzo Borbone di Stiava all’omonimo di Piano di Conca, entrambi usati come residenza per battute di caccia dalla famiglia Borbone, dirò che partendo dalle vicinanze del pozzo del Nottolini si snoda attraverso e vicino luoghi il cui nome ne è già una fedele descrizione: La Panoramica, Il Giardino, Belvedere.

 

Proprio in una di queste zone, cioè Belvedere, c’è una sorgente d’acqua, chiamata Tre Fontane, da cui prende origine la Gora di Stiava, il fosso anticamente detto Stiavola. Qui furono costruiti i pubblici lavatoi, ancor oggi visibili nella loro ben conservata struttura, seppur compressi tra alcuni capannoni industriali, ora in disuso e appartenuti a un vecchio oleificio. Capannoni che solo sembrano attendere – nei piani urbanistici – di essere riconvertiti in un articolato complesso residenziale, anche se un ritorno dello spazio a madre natura sarebbe, a mio avviso, la migliore destinazione, e il miglior investimento, per questo bellissimo angolo di paese.

Agli inizi del xx secolo questi lavatoi, efficienti lavanderie a cielo aperto, erano assurti a una attività quasi industriale, poi proseguita fino agli anni sessanta, quando dagli alberghi e abitazioni versiliesi qui convergevano biancherie e panni da lavare.
Sempre vicino a questo luogo, e in relazione a questa attività che vi prendeva vita, prese campo una protesta popolare, quando, nei primi decenni del xx secolo, una parte dell’acqua sorgente fu incanalata verso l’acquedotto viareggino. A seguito di altri prelievi, e quasi a titolo di risarcimento, vennero poi innalzati, non lontano da questi, un’altra serie di lavandini, andati distrutti nella recente costruzione di una struttura edilizia polifunzionale.

 

Ma per concludere queste breve viaggio nella frazione di Stiava andremo proprio nel centro del paese, a villa Gori, così chiamata dal nome dei proprietari che qui la fecero costruire agli inizi del 1900. Si tratta di una costruzione di modeste dimensioni se paragonata ai due edifici storici del territorio: palazzo Buonvisi, già ricordato, e villa Romito, che si alza lungo la strada che da Stiava conduce a monte Pitoro in stretti tornanti che si arrampicano tra piane di oliveti.

 

Villa Gori, dal momento della sua acquisizione da parte dell’amministrazione comunale avvenuta negli anni settanta, ha rappresentato e continua a rappresentare, nel panorama delle arti visive contemporanee, il centro più vitale, più attivo, tra i pochi presenti nel territorio massarosese.
Luogo espositivo che nella generale carenza di simili spazi pubblici, che affligge anche la vicina Viareggio e un po’ tutto il territorio versiliese, ha permesso lo svolgersi di importanti manifestazioni, e insieme il perdurare di una tradizione artistica ben radicata nel territorio.
Basta scorrere i cartelloni degli ultimi anni per vedere quanti artisti hanno animato questo spazio: dai maestri della pittura alle rassegne dedicate alla poesia; dalle sperimentazioni più attente ai linguaggi contemporanei fino a quella rassegna internazionale di fotografia che il circolo culturale Mario Cosci, avvalendosi della direzione artistica di Romano Cagnoni, annualmente propone: da Francesco Cito a Giacomelli, da Mauro Galligani a Abbas, da Nino Migliori a Dario Mitidieri, per citare alcuni dei prestigiosi fotografi qui venuti con le loro opere nella diverse edizioni di questa celebrata manifestazione.

 

Da “Massarosa terra di Versilia”, ed. Caleidoscopio, testi di Arturo Lini, foto di Alerigo Pelosini. Vietata ogni riproduzione salvo diverso accordo.

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